Premessa di Atilak.

questo racconto non è finzione, si tratta di una pagina del diario di un "VERO" vampiro, qualcuno che è mentalmente e forse fisicamente diverso dalle moltitudini. Ognuno di noi è libero di pensare ciò che vuole dell'autore. Ma non dimentichiamo che quel Male, quella PARTE OSCURA, è viva in ognuno di noi, e non è ignorandola, che dal male potremo salvarci.

Sepultura

22/3/1997 - 2/4/1997

 

Era bellissima. Capelli nero corvino, folti, lucidi, raccolti in una corta coda. Sopracciglia sottili ma ben disegnate, forti. La pelle. Color avorio. Il collo, lungo e flessuoso, sottile ma nel contempo robusto, sorreggeva con grazia la sua testa. Un viso interessante, con lo sguardo introspettivo ma non timoroso, immerso nei più reconditi pensieri e tuttavia attento ai minimi mutamenti nell’ambiente circostante. Le labbra, carnose, atteggiate in un lieve broncio, dovuto all’intensità della riflessione. Gli occhi, neri, balenanti di una luce interiore, che trapelava dallo schermo delle proiezioni mentali.

Osservava, a tratti, coloro che la circondavano, forse rapportando ciò che vedeva ai suoi profondi pensieri.

L’autobus correva, sobbalzando a ogni asperità, sballottandoci senza curarsi di chi portava. Era salita la fermata successiva a quella in cui ero salito io, e si era seduta proprio nel posto davanti a quello dove mi ero sistemato io.

Una mano d’avorio torceva una ciocca di capelli, più nervosamente quanto più i pensieri s’approfondavano, il broncio pure accentuato, quasi a mordersi le labbra. I vestiti candidi facevano risaltare la sfumatura eburnea della pelle, luccicante nel suo candore e soda, compatta, senza difetti. Quasi impercettibile, azzurrina, tanto chiara da non vedersi quasi nella penombra dell’autobus, una vena sottolineava sinuosamente il profilo del suo collo, verso la trachea, fino alla gola. Mi piaceva. Osservavo il suo collo da dietro le scure lenti degli occhiali da sole. Dovevo trattenermi. I miei denti sarebbero stati proprio bene attorno alle fragili vertebre, il suo sangue doveva avere un sapore meraviglioso... Strinsi i denti, digrignandoli, per resistere alla tentazione. Sfruttai le mie capacità di dissimulazione, non facendo trapelare nulla all’esterno, mentre dentro ero squassato dal desiderio. Finsi di guardare in un’altra direzione, mentre in realtà il mio sguardo era fisso su di lei. Il collo, in lenta rotazione... le mani, una fra i capelli, folti e lucidi... lo sguardo, profondo nella sua assenza... la vena azzurrina... ero ghiacciato, una mano aperta su una gamba, bloccato dal mio Io cosciente... non potevo farlo. Non lì. Non con tutta quella gente. Fuori apparivo calmissimo, mentre dentro la mia mente era straziata dalla passione, il battito cardiaco accelerava, e a stento un ruggito non riusciva a raggiungere la mia gola... Mi cristallizzai, in attesa di dover scendere, giurando a me stesso di non fare nulla, di reprimere i miei istinti, le mie direttive primarie... ma lei non scendeva, e il mio desiderio aumentava... e il tempo non scorreva mai, era come se si fosse fermato, e io quasi potevo sentire il battito gentile del suo cuore... e forse il mio aveva cominciato a battere a tempo col suo... Era come se il tempo si fosse sospeso, io immobile, lei a compiere piccoli movimenti con dita, collo e occhi, lentamente, come se anche lei fosse slegata dallo scorrere del tempo attorno a noi due... stavo impazzendo.

Mi accorsi che mi guardava, ogni tanto, di sottecchi. Non poteva essersi accorta di nulla - almeno non coscientemente - perché io sapevo, da precedenti esperienze, di essere in grado di dissimulare così bene da ingannare persino parenti stretti e amici di lunga data. Forse però il suo subcosciente aveva colto la strana aura temporale che ci avvolgeva, e in qualche modo lei si sentiva attratta e repulsa da questo, e mi guardava, con finta distrazione, per poi distogliere lo sguardo e riprendere, ancor più nervosamente, a torcersi i capelli. La tensione era incredibile, e un incidente qualunque avrebbe potuto estremizzarla e condurre istantaneamente alla catastrofe.

Notai qualcosa. Qualcosa che indubbiamente avevo visto anche prima, ma che non avevo registrato coscientemente. Il suo zaino. Il contrasto con la sua persona era incandescente. Ma spiegava molte cose. Era vecchio, quasi decomposto, al punto da riuscire a malapena ad intuire il disegno che gli era stato stampato sopra. Si disfaceva, perdendo i pezzi, a scaglie, ormai di un colorito brunastro, marcio. Non era però sporco, anzi, era molto pulito. Le cinghie, anch’esse consumate, erano di un giallo scolorito. Su una di esse una scritta, in pennarello nero, evidentemente ripassato più volte. Era l'unica cosa per la quale la ragazza combatteva il disfacimento del suo zaino. La scritta riportava il nome di un gruppo musicale. SEPULTURA. Mi chiesi quali fossero i pensieri in cui la ragazza si era immersa. Mi astrassi, cercando di cogliere i particolari, fluttuanti, indistinti, dinanzi a me. Forse avevo sospeso il respiro. Gli occhi. Profondi. Assenti. Attenti. La pelle. Avorio setificato. I capelli. Neri, con vita propria, lucidi, folti, senza riflessi di altri colori. Nero assoluto. I vestiti. Bianchi. Lo zaino. Decomposto ma curato. Occhi assenti. Nervosismo e calma insieme. Decomposto ma curato. Sepultura. Bianco e nero. Avorio e seta. Profondità. Leggerezza. La vena azzurrina. Fame. Autocontrollo. Il suo e il mio autocontrollo. Cosa cercava ?.

Un lampo, dinanzi ai miei occhi. Mi ripresi, in un attimo. Cercava la morte.

Meglio, l’aspettava, con calma, senza fretta, ma con un minimo di insofferenza, rosa dal desiderio pur nella sua flemma. Coltivava le sensazioni del suo corpo, in attesa di liberarsene. E pensava, con introspezioni sempre più profonde, cercando di immaginarsi come sarebbe stato.

La sua pelle, eburnea, aveva quasi il colore della morte, pur apparendo sana, i suoi vestiti, bianchi, avevano il colore delle vesti che sicuramente aveva preparato per la sua bara. I suoi capelli erano in netto contrasto con tutto questo, più vivi di colei che li portava, legame con il mondo dei vivi. Sarebbe riuscita a morire del tutto ? Forse il suo legame con la vita era più forte di quanto lei desiderasse, e forse non sarebbe morta, se non in estrema vecchiaia. Di sicuro non avrebbe accelerato il processo, convinta che in ogni caso la morte colpisce, infallibile e inevitabile, e che quindi anche lei avrebbe compiuto l’esperienza. Io non ne ero così sicuro. L’osservavo, e vedevo la sua determinazione ad andare avanti, fino all’incontro finale. Non viveva pericolosamente, questo era sicuro. Cercava qualcuno che ponesse termine alla sua ricerca ?.

Mossi un muscolo della gamba. Era più di un quarto d’ora che ero immobile. Osservai ancora il suo collo. Sembrava fatto proprio per la mia bocca. La vena, azzurrina. Poco sotto doveva esserci la carotide destra. Strinsi i denti, congelandomi del tutto. Mi guardò di nuovo, sottecchi, con apparente distrazione. Doveva essersi accorta di qualcosa. Nell’autobus nessun altro faceva caso a noi due.

Sprofondò nuovamente nei suoi pensieri, un velo dinanzi agli occhi.

Entrai in sintonia con il battito del suo cuore. Sentivo il sangue scorrere, sentivo l’attrito lungo le arterie, piccole corde di sangue che si avvolgevano le une alle altre, sentivo il respiro, lento e profondo, e il sangue che si ossigenava, ricco e ferroso... sentivo quasi il sapore del suo sangue. Mi immaginavo il midollo, rosso, pieno di eritroblasti, e avevo desiderio di succhiarlo, e di assumere quelle giovani cellule, non ancora del tutto nutrienti ma comunque ricche di piacere... Sentivo la pressione arteriosa, potente e intermittente, ritmata da quel lungo, calmo battito. Guardai attraverso i suoi occhi. Vedeva molte cose come anch’io le vedevo. Quella signora, davanti a noi due. L’ombra della morte gravava su di lei, facendo pregustare il momento del suo trapasso, anticipando la sua decomposizione. L’autobus nel quale eravamo, di lì a pochi anni trasformato in un ammasso di ruggine, cannibalizzato dei pochi pezzi ancora buoni. L’autista dell’autobus, che morirà il giorno precedente alla pensione, cadendo in un tombino rimasto aperto e spappolandosi la spina dorsale. Le case intorno a noi, sublimate in un olocausto brillante e finale assieme ai loro abitanti, ai quali non sarà neppure concessa una sepoltura né una decomposizione decente. Il Sangue, onnipresente, assieme alla Morte, e lei che cammina davanti, aprendo la strada. Era come me, ma non lo sapeva ancora. Non aveva ancora coscienza del suo lavoro silenzioso e impercettibile, e anelava alla morte perché non sapeva di esserlo. Era ovvio che non poteva essere una vittima, mia o di chiunque altro. Era il capitolo finale, il sipario che cala. Io sono l’attimo immediatamente precedente, la lucida agonia ed il colpo finale, lei la chiusura dei giochi. SEPULTURA.

Scesi dall’autobus, lasciandola alla scoperta di sé stessa. Mi guardò, scendendo anch’essa, come interrogativa, e poi prendemmo due strade diverse. Ci saremmo reincontrati, più in là, al confine fra la vita e la morte.

 

A.A.

 

Racconti Ospiti